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Slow Organ Music




Da qualche tempo la parola "slow" è diventata un dilagante tormentone. Ha iniziato il buon Carlo (detto Carlin) Petrini che, da buon sociologo qual', ha colpito nel segno inventandosi l'ormai celeberrimo "Slow Food", che contrapponendosi al "Fast Food" d'importazione statunitense, è diventato ormai una filosofia dell'alimentazione a livello internazionale. Sulla sua scia sono nate, talora in modo goffamente imitatorio, altre volte su presupposti di assoluta serietà, diverse altre filosofie che hanno come scopo la riscoperta di uno stile di comportamento che si distacchi dal frenetico vivere di oggi, riappropriandosi di quei momenti di serenità e tranquillità di cui l'uomo ha bisogno per ritornare in sintonia con se stesso, con la natura e con la vita stessa. In questo ambito si possono citare "Slow Foot", "Slow Fish", "Slow Time", "Slow Flute", "Eventi Slow", "Slow Down Now", "Slow City", "Slow Cost", "Slow Money".... e via citando, in un elogio della lentezza sempre più massiccio e generalizzato, che investe ormai tutti i campi della società, dalla cultura alla finanza, dallo sport al tempo libero, ecc.
In mezzo a tanta lentezza, ci siamo stupiti quando, pur cercando bene, non abbiamo trovato la "Slow Organ Music".
Non è una provocazione la nostra, bensì una precisa constatazione di quanto il mondo dell'organo si sia lasciato influenzare anch'esso, poco alla volta, in modo quasi impercettibile ma costante, dal falso mito della velocità... e per velocità intendiamo la velocità esecutiva che caratterizza da qualche decennio a questa parte le interpretazioni non solo dei più grandi interpreti, ma degli organisti in generale.
Vi ricordate una delle prime incisioni della Seconda Sinfonia di Vierne incisa da Cochereau sul famoso vinile della Oiseau-Lyre? Bene, essa durava complessivamente trentanove minuti e diciassette secondi. La stessa sinfonia, interpretata sempre da Cochereau allo stesso organo (Notre-Dame di Parigi) nel 1975 dura invece trentadue minuti e cinquantatre secondi, ben sei minuti e ventiquattro secondi in meno! Fermo restando il calibro dell'interprete e tenendo anche conto che nel frattempo l'organo era stato rinnovato nel sistema trasmissivo, sinceramente sei minuti e mezzo di "risparmio" sul tempo totale di esecuzione sono a nostro parere troppi.
Lo stesso discorso lo si può fare anche per la musica di Johann Sebastian Bach. Ad esempio, la prima Triosonata interpretata da Walcha nel 1965 presenta una durata di quindici minuti e venticinque secondi mentre la stessa Triosonata interpretata da Chapuis nella sua integrale del 1974 dura quattro minuti di meno.
Sono solamente due esempi, ma assai significativi di come si sia trasformata nel corso di poco tempo la sensibilità musicale degli organisti rispetto a quella che era la visione interpretativa di mezzo secolo or sono. Ovviamente non siamo aprioristicamente contrari alla velocità delle esecuzioni, ma solamente a condizione che di essa non si abusi e che non diventi solamente il mezzo per dimostrare il virtuosismo e la tecnica dell'interprete; in tal caso il pericolo di perdere di vista la musicalità dei brani e la loro essenza è dietro l'angolo e diventa molto facile cadervici, complici anche le teorie sull'interpretazione filologica portate all'estremo, che spesso tendono ad esaltare le minuzie, relegando in secondo piano il pensiero musicale e la trasmissione all'ascoltatore delle emozioni in esso contenute. In definitiva (e questo accade ormai troppo spesso sia nelle incisioni discografiche che nei concerti) possiamo ascoltare interpretazioni ricchissime di dettagli esecutivi perfetti, trilli impeccabili senza una sbavatura, fraseggi cesellati nel più assoluto rispetto della filologia, registrazioni curate in maniera maniacale su organi scelti col lanternino, virtuosismo e velocità sbalorditive (ci è capitato ancora recentemente di ascoltare, con sommo disappunto, una "Pastorella" di Bach sparata quasi "alla Giga") che se da una parte lasciano ammirati per la perizia "esecutiva" degli organisti, dall'altra lasciano molto spesso un desolante senso di vuoto per la loro mancanza di messaggio musicale. Il caro amico James Edward Goettsche, titolare presso la Basilica di San Pietro in Vaticano, viene spesso criticato per la "lentezza" delle sue interpretazioni bachiane (e non). Personalmente, invece, troviamo che il suo modo di interpretare la musica organistica sia un perfetto esempio di "slow organ music" nell'accezione più filosofica del termine. Le sue interpretazioni non sono mai afflitte dalla frenesia di voler arrivare alla fine prima degli altri, non appaiono permeate da quel confuso senso di ansia che avvolge troppe interpretazioni propinateci da organisti che cercano a tutti i costi sensi e significati "particolari" nella musica senza accorgersi che tutto è già chiaro e lampante lì davanti a loro, nella partitura, a patto di saperla vedere e considerare nella sua totalità di linguaggio universale, senza nessun bisogno di sezionarla con il microscopio.
Purtroppo oggi, con le dovute eccezioni, le interpretazioni organistiche paiono dei "puzzles" magnificamente realizzati, in cui ogni pezzettino è perfettamente curato ed assemblato ma, alla fine, si vedono sempre le giunture tra un pezzo e l'altro. Manca sempre di più, a nostro modestissimo parere, la capacità di trasformare il puzzle in un quadro vero, unico, senza pezzetti e pezzettini, la cui uniformità è la sua essenza e la sua caratteristica. La musica è un linguaggio, e come tale deve essere fluente, omogeneo, chiaro ed espressivo. Se chi suona questo linguaggio non ne coglie a fondo significati e contenuti, anche se pronunzierà benissimo vocali e consonanti, il suo discorso musicale apparirà sempre come uno di quei messaggi composti di parole registrate e messe insieme che si possono ascoltare dai risponditori automatici.



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